![]() |
|||||||||
|
|||||||||
| O - Z | |||||||||
| Emerald City | |||||||||
| Simone Caputo, Emerald City Jan Mozetic, Emerald City Tommaso Isabella, 3D / Emerald City Francesca Giuliani, Confessioni / Emerald Maurizio Mei, Mimicry / Emerald Graziano Graziani, La magia al potere: intervista a Chiara Lagani Maria Dolores Pesce, "Kansas" e "Emerald City" Carlotta Tringali, Benvenuti a Emerald City |
|||||||||
| Emerald City | |||||||||
Simone Caputo, Nero su Bianco, nr. 4, Santarcangelo, 15 luglio 2008. Redazione a cura di Altre Velocità / Suole di vento |
|||||||||
|
|||||||||
Sarebbe tragico se la sterilità dovesse essere in qualche momento il risultato della libertà. La libertà si conquista perché si spera sempre nel parto di energie produttive. Ed Emerald City è energia: prima sotterranea e compressa, quindi deflagrante e aurale. Uno sforzo titanico: riflettere sull’uomo, la verità, la conoscenza. Attraverso il primato di vista e udito, i due sensi violentati della contemporaneità. Come uomini e donne dagli occhi accecati e dall’udito otturato varchiamo la soglia del mondo ricco e attraente di Emerald City, mondo in cui Fanny & Alexander provano a liberarci, raccontandoci, in fondo, la storia dell’uomo, la storia della sua tremenda ambiguità. Le mura di Emerald, come quelle di Gerico, rilasciano le inconfessabili parole degli uomini: parole che dicono, descrivono, informano, ma soprattutto emanano. Una babele sinfonica sincera ma tremendamente difficile da tradurre: popolo in cerca, aspettiamo che qualcuno ci aiuti a comprendere e ci liberi dall’attesa, imponga agli altoparlanti una stessa chiara e ipnotica frequenza. Perché noi uomini non vogliamo ascoltare voci diverse. Perché la nostra libertà non si accontenta più di se stessa, dispera della possibilità di scegliere da sé e cerca tutela e sicurezza nell’oggettività. Essa riconosce se stessa assai presto nei legami, si attua nella subordinazione, in una legge, in una regola, in una costruzione, un sistema: cessa di essere libertà. Il mago/Hitler ascolta e memorizza, così da poter interpretare e possedere la storia, manipolare la cultura di un popolo, canalizzare le speranze e la violenza. Proprio come fece entusiasta il popolo tedesco, accogliamo con ritrovato sollievo il tacere delle voci e, spinti dall’irrefrenabile desiderio di seguire, obbediamo senza tentennamenti al diktat del mago: “seguitemi, fate quel che dico!”. Una tremenda dimostrazione dell’attrazione che sull’uomo esercita la bellezza del potere, la banalità del male. Il mago si è alzato: effige santa, icona sospesa, specchio delle verità, ci mostra tutta la cialtroneria del potere. L’Hitler che osserviamo sospeso sulle nostre teste è lo stesso mostratoci da Sokurov ne Il Sole: come in quel caso siamo sorpresi dalla sua grottesca pochezza, eppure restiamo immobili, fermi, a bocca aperta, a dar credito a un teatrante, a un santino. Emerald City è uno squarcio sulla storia dell’uomo, è un abbagliante faro puntato sulla nostra contemporaneità, è un monito interrogativo: e il nostro cervello, il nostro cuore, il nostro coraggio dove sono andati a finire? Emerald City è un invito a una consapevolezza del passato per nulla passiva: per non essere complici sottomessi di un passato che è sempre con noi, che si nutre di noi e che non finisce mai. La congiunzione messa in atto tra luce e suono, tra luce e parola, mette in relazione quella di Fanny e Alexander con le narrazioni delle origini, degli eventi primordiali, dei miti e della conoscenza del mondo; la musica si fa potente intermediario tra orecchio e occhio, tra i punti mobili ed estremi di uno spazio che è sempre da esplorare e da interrogare. Uno spazio che sembra condurci alle soglie di un mistero. |
|||||||||
| Emerald City | |||||||||
Jan Mozetic, Nero su Bianco, nr. 4, Santarcangelo, 15 luglio 2008. Redazione a cura di Altre Velocità / Suole di vento |
|||||||||
|
|||||||||
Un Hitler in ginocchio è costretto ad ascoltare le confessioni e le richieste atone fattegli da voci distanti. È da qui che scaturisce anche la pietà verso questo totem, ridotto a feticcio da un mondo dove i dieci comandamenti sembrano essere stati sostituiti da oscure leggi dell’economia, per le quali lo spettacolo è il mezzo tramite il quale il mercato si serve per la conquista del mondo. L’Hitler che vediamo è infatti quello di Maurizio Cattelan, nuovo artista-manager attraverso cui si esprimono i desideri di successo (unico modo di poter affermare la propria esistenza) e l’ossessione della morte, vista come sola possibilità di liberazione. Il tutto dentro la consapevolezza di un mondo assurdo, perché di fronte al mercato tutto diventa uguale, l’unica legge è quella della capacità di destare attenzione e le vecchie idee di valore, morale ecc. fungono come richiamo melanconico anche quando vengono falsamente contestate: non si contesta qualcuno morto o che è lì lì per lasciarci. Nello spettacolo aleggia la malinconia verso un mondo che sembra scomparso, ma dal quale non ci si può distaccare, perché non ce n’è uno nuovo. A questo punto resta solo il gioco, nel doppio significato che il termine assume in inglese. Play: come giocare e recitare, in un’umanità dove l’onnipresenza e la perversione della sciarada sconfinano nella perdita del reale. La conseguenza di questo risultato è l’incapacità stessa dell’attore di sapere quale ruolo recitare, non sapendo a quale realtà e a quale pubblico ci si rivolge, affossandosi nell’astrazione. Il vecchio Potere, nella sua volontà ordinatrice, sembra essere sovrastato da un altro potere che lavorando attraverso differenti modalità caotiche produce nuove forme di oppressione, giocate soprattutto sulla capacità di gestire la molteplicità tramite la sua banalizzazione. È a questo punto che l’attesa messianica di un atto o di un gesto qualsiasi si esaudisce, non tramite la trascendenza ma attraverso l’imbroglio delle complessità tecnologiche. Sulla sala si avventa il buio. Hitler, sceso dal suo piedistallo, si “materializza” in 3-D in una porta-cornice. Hitler si anima e si rivolge direttamente a noi, anzi a te singolo spettatore, e cerca di mettere in scena una lezione sulla conoscenza dei sentimenti, tentando di definirli nella loro contraddittorietà. L’uomo/attore esce, ma solamente attraverso le modalità binarie dello spettacolo/pubblicità, cercando in maniera paradossale e forse idiota di proporre “umanità” dall’interno della semplificazione operata dai media sulla realtà. In ultima istanza si rivolge verso la bellezza/grazia nella forma dell’immagine, lottando così contro la definizione di Debord secondo cui “Lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”. Tra utopia, umanità, menzogna e idiozia verso la coscienza e verità nell’epoca della riproducibilità. |
|||||||||
| 3D / Emerald City | |||||||||
| Tommaso Isabella, Nero su Bianco, nr. 4, Santarcangelo, 15 luglio 2008. Redazione a cura di Altre Velocità / Suole di vento | |||||||||
La risposta di Oz è il suo trucco definitivo, un messaggio diretto e universale, fondato sul codice corporeo della mimicry: se le parole affondavano nel caos del corpo, l’artista inverte il flusso e trasmette la sua parola “salvifica” attraverso gesti elementari. Ma per funzionare, il suo messaggio deve essere inserito in un dispositivo più sottile: la macchina stereoscopica in cui un corpo fantasmatico riceve un’effimera sostanza grazie a uno sfasamento della percezione, una schizofernia dello sguardo che si riflette e produce la corporeità monolitica e impalpabile del potere. Lo stereoscopio è storicamente il primo dispositivo ottico in cui il piacere scopico coincide con una disciplina dello sguardo: per creare un’impressione di realtà, per esaudire i nostri desideri, esso gioca sui lapsus della visione e ci mostra la “consistenza” del nostro errore di prospettiva. Invece di nuovi organi di conoscenza, il mago ci fornisce una protesi per connetterci alla sua macchina e sognare il suo stesso sogno. Nella sua esuberante proiezione, però, egli svela anche la chiave per decifrare le dicotomie su cui si regge il suo regno paranoico; chiudendo alternativamente gli occhi, scopriamo che la sua immagine non è che la sovrapposizione di due incongruenze: il volto umano e quello osceno del potere sono inscindibili e complementari. Finché non ne siamo consapevoli il potere sfrutta questa doppiezza, ci costringe a vagare incessantemente da una polarizzazione all’altra: ma è proprio nell’intervallo che la sua immagine denuncia la propria natura schizofrenica e si apre la possibilità di scardinare la dittatura di smeraldo. |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | Confessioni / Emerald | ||||||||
Francesca Giuliani, Nero su Bianco, nr. 4, Santarcangelo, 15 luglio 2008. Redazione a cura di Altre Velocità / Suole di vento |
|||||||||
I testi delle confessioni di Emerald City, fatte da attori, interpreti e “specialisti degli organi”, sono strutturati su tre livelli differenti di racconto: un evento biografico, un monologo letterario tratto dal Mago di Oz e un fatto di cronaca scelto individualmente. Tutti gli elementi son stati poi drammaturgicamente contaminati in un’intervista di carattere biografico che Chiara Lagani ha proposto a ogni espositore, che poteva rispondere con uno dei tre materiali consegnati. Strutturate così le richieste delle voci, rappresentanti dell’umanità, Marco Cavalcoli ha costruito il linguaggio del suo Oz, il mago ciarlatano. Quest’ultimo risponde al genere umano ideando una confessione composta in una lingua mimetica universale. Questa lingua non verbale è formalizzata attraverso il susseguirsi sul viso di Oz di cinque differenti maschere facciali (neutro, stupore, paura, gioia e tristezza) che sono il riflesso delle voci umane che avvolgono la scena. La confessione potrebbe essere intesa nell’accezione cristiana del termine e quindi legata all’espiazione di una colpa. In senso giuridico, invece, come un racconto-testimonianza necessario a smascherare il colpevole allorché gli occhi dei giudici-spettatori lo interrogano sulla verità dell’accusa che è stata intentata contro quella figurina di Hitler, imbalsamata nella sua forma cattelaniana. Sembrerebbe a un primo momento di poter ricollegare la prima accezione alla confessione mimico-facciale e la seconda alla babele di voci che escono dal corpo dell’accusato, come ossessive protuberanze dello stesso uomo, immobile davanti al rettangolo bianco della Storia dal quale è fuoriuscito. Le tante voci si trasformano subito in richieste, ma sono rivolte all’omino, o ai testimoni-spettatori? Forse il cervello serve per capire le storie, il fegato per avere il coraggio di ascoltare alcuni di questi terribili racconti, e il cuore per accogliere e mantenere vive e potenzialmente trasmissibili quelle suppliche sconsolate. |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | Mimicry / Emerald | ||||||||
| Maurizio Mei, Nero su Bianco, nr. 4, Santarcangelo, 15 luglio 2008. Redazione a cura di Altre Velocità / Suole di vento | |||||||||
Il volto è una regione. E ha una sua geografia: le emozioni, le sensazioni, il senso trovano sulla sua superficie il luogo dove esprimersi. La parola è spenta: è caduto il suo fallocentrismo. Parla il volto; ed è più eloquente. Questo alfabeto muscolare è più forte, più alacre e comunicativo. Si può classificare in zone dove il senso troverà espressione. Il significante si può celare nell’arco del sopracciglio, nelle pieghe della bocca... La mimycry designa da una parte il mascheramento, dall’altra sottolinea la natura organica del manifestarsi di tale impulso. Il volto è una lingua, connotativa. Conserva della lingua parlata, però, la stessa capacità di mentire e modellare e istruire. Faccia a faccia apprendiamo, imitiamo, possiamo “negare, alterare o abbandonare la propria identità per fingerne un’altra”. Il mago-dittatore-attore succhia, ascolta, è straziato da richieste, confessioni, voci. Entrati nel suo mondo, però, dobbiamo tradurre le sue sensazioni: ma un occhio tradisce l’altro, un colore nega l’altro colore o sovrappone la percezione. Siamo a Emerald City. |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | La magia al potere: intervista a Chiara Lagani | ||||||||
| Graziano Graziani, Carta, nr. 27, 18-24 luglio 2008 | |||||||||
L'11 luglio ha debuttato a Santarcangelo dei Teatri "Emerald City", nuova tappa sul progetto del Mago di Oz della compagnia Fanny & Alexander. Oltre ad essere uno tra i più popolari romanzi per ragazzi, il libro di Frank Baum è un vero e proprio "mito" dell'occidente moderno, e nello specifico nordamericano. La compagnia di Ravenna ha lavorato sulla storia di Dorothy, utilizzando "Il meraviglioso mondo di Oz" come una chiave di lettura multipla, da cui far scaturire una ramificazione di riflessioni. Una di queste concerne il potere, che nel mondo inventato da Baum si manifesta sia nel modo classico delle fiabe - la magia delle streghe buone e delle streghe cattive - e sia nel modo più moderno, e umanissimo, del Mago di Oz, che altri non è se non un uomo mortale che sa manipolare la gente grazie a una raffinata arte della persuasione. Ma il percorso proposto da Fanny & Alexander, come spesso avviene nei lavori della compagnia, si interroga anche e soprattutto a partire dal rapporto con il pubblico. Ne abbiamo parlato con Chiara Lagani. il mito di Oz riprende un concetto di fondo che potremmo sintetizzare in questo modo: il potere è il grande illusionista. E' uno dei punti nodali di questo mito, al quale sei costretto ad accostarti in modo poliedrico, perché la questione non è affatto semplice. La prima equazione è ovviamente quella tra l'arte e il potere. Tra la concezione dell'artista demiurgo e mistificatore, creatore di illusioni, e il potere che si esercita ad esempio sull'auditorio, o anche sulla stessa opera d'arte, che è emanazione dell'artista. Dall'altro lato, c'è la questione attualissima del rapporto arte-potere oggi: è possibile parlare di non compromissione con il potere da parte di qualcuno - l'artista - che è costretto a stare di continuo in una dimensione pubblica, e che quindi non può prescindere da determinate forme di compromesso, alto o basso che sia? Nel progetto inserite la figura di Hitler, che è fortemente connotata. Pensa ad un'operazione come quella di Chaplin ne "Il grande dittatore". All'epoca si trattava di un'icona ancora vivente - mentre noi abbiamo il vantaggio della storicizzazione. In quel caso, pur trattandosi di un'icona disumana, l'artista è riuscito a collocarci dentro la propria carica problematica, trascendendo il problema. La potenza de "Il grande dittatore" è tutta nelle scene del discorso finale, che è eticamente agli antipodi rispetto al nazismo, eppure viene pronunciato proprio da quella figura. E' un contrasto fortissimo. Avete legato "Emerald City" alla metropoli, citando una città reale, Singapore. La metropoli è il luogo in cui l'equazione tra potere e illusione si sprigiona in tutta la sua forza. Tutte le utopie sintetizzano le loro finalità in un'idea di città che è la città ideale. Così Emerald City è la città ideale del mondo di Oz. Non riuscirei mai ad identificarla con una città esistente, tranne forse con Singapore. Perché Singapore è l'unico luogo al mondo che ho visitato che quasi coincide con l'idea di nonluogo espressa da Marc Augé. Perché c'è una promessa di felicità che sfiora la follia. Lì tocchi gli estremi di condizioni opposte: c'è una ricchezza opulenta e una povertà assurda. E' una città fatta di luoghi "ricostruiti" da modelli che esistono altrove, tutto sembra finto o progettato a tavolino, persino l'odore. |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | "Kansas" e "Emerald City" | ||||||||
| Maria Dolores Pesce, www.dramma.it, 19 luglio 2008 | |||||||||
Il gruppo ravennate presenta a Santarcangelo due tappe del suo OZ-Project, viaggio nel mondo letterario di Dorothy e del mago di Oz. Il progetto si va sviluppando dal 2007 e si prevede potrà concludersi nel 2010 al Romaeuropa Festival. E’ una ricerca di senso oltre e al di là del linguaggio, quella che Fanny & Alexander tentano con questa loro peripezia, che però non annichilisce il linguaggio verbale ma lo trasfigura in segno morfologico o in movimento scenico. Kansas, ovviamente, è il luogo da cui parte il periplo del mondo come ci appare ed in questa drammaturgia Chiara Lagani e Luigi de Angelis mettono in scena le possibilità, le innumerevoli possibilità di fuga consentite dalla trasfigurazione onirica della propria personalità. È Dorohoty la protagonista, anzi cinque diverse Dorothy accomunate dall’attesa di una trasformazione, dall’attesa dell’uragano che le farà evadere. Lo specchiarsi nella propria identità, simbolicamente rappresentata dai quadri alla parete di un immaginario museo, è il primo passo per andare, come Alice, oltre lo specchio di ciò che si appare, in direzione di ciò che si è. La rotazione improvvisa e irresistibile dei dipinti, come un uragano appunto, innesta il movimento lontano dal Kansas verso Oz e oltre l’Arcobaleno. Con Emerald City, in scena un bravissimo e stoico Marco Cavalcoli, invece il gruppo indaga le apparenze e la duplicità di senso proprie di ogni linguaggio verbale. Oz è raffigurato con le fattezze e i caratteristici baffetti di un giovane dittatore ben conosciuto, “Him” in scena, impegnato a sedimentare in linguaggio fisiognomico il senso ultimo delle parole che dal mondo si accalcano intorno alla sua figura inginocchiata. Come scrivono gli autori “è una forma di esercizio sull’impotenza delle parole di fronte alla complessità del pensiero”. Tutto è così tradotto nella materialità della espressione umana, che alla fine si rivelerà però, anch’essa, incerta e duplice come i colori delle lenti degli occhiali 3D che siamo invitati ad indossare. Un’altra drammaturgia in transito, come quella ispirata alla Ada di Nabokov; che costruisce il suo significato nella lontananza della prospettiva, quasi a confessare l’attuale difficoltà del teatro a “significare” e comunicare nel qui e ora della scena. |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | Benvenuti a Emerald City | ||||||||
| Carlotta Tringali, Il Tamburo di Kattrin, www.iltamburodikattrin.com, 7 febbraio 2010 | |||||||||
La duplicità ha sempre giocato un ruolo molto importante nel lavoro teatrale della compagnia ravennate Fanny & Alexander. Una coppia, la drammaturga Chiara Lagani e il regista-scenografo Luigi de Angelis, che firma insieme l'ideazione di ogni percorso progettuale lungo e complesso: un viaggio dentro un'opera letterale che viene totalmente sviscerata, analizzata e amplificata in tutte le sue infinite possibilità. Ricomponendo e scomponendo attraverso diverse tappe Il meraviglioso mago di Oz – storia fantastica scritta da Frank Baum all'inizio del secolo scorso e resa ancor più celebre con il film di Victor Fleming – Fanny & Alexander offre la possibilità al pubblico veneziano di giungere a Emerald City, la città utopica abitata da colui che dà il nome al romanzo. La duplicità si presenta sin da subito: gli spettatori non sono semplici osservatori di ciò che succede, ma artefici stessi – forse inconsapevoli – della situazione che si viene a creare; seduti sul palco sono loro stessi un'opera, loro stessi gli artisti e soprattutto diventano gli abitanti della ingannevole città di smeraldo. Ingannevole perché immediatamente il gioco dei rimandi si complica: il mago di Oz, a cui nel romanzo i personaggi rivolgono i loro desideri, trova la sua personificazione in una delle immagini simbolo del potere, niente di meno che Hitler. Posto davanti a uno sfondo spaziale che richiama i quadri/vuoti materici e illusionistici di James Turrell, la geniale coppia romagnola alza la posta in gioco decidendo di mostrare il dittatore, di fronte agli spettatori, in ginocchio: l'interprete Marco Cavalcoli ricorda volutamente l'installazione Him dell'artista Maurizio Cattelan. Immobile e bonario, Hitler rimane in ascolto, diventando una specie di confessore: un tappeto sonoro fatto di voci, preghiere, emozioni e racconti privati in diverse lingue lo avvolge, mentre gli spettatori possono sentire la stessa “sinfonia” – come la definisce Chiara Lagani – tramite delle cuffie che rendono le confessioni ancora più intime. L'attore-dittatore assorbe ciò che gli viene detto riflettendo tutte le emozioni umane attraverso una mimica facciale più comprensibile del linguaggio verbale composto da suoni stranieri, suoni che girano attorno ai concetti di “cuore, cervello e coraggio”, tre virtù dell'uomo. Questa nenia di desideri umani crea Oz, quel grande vuoto a cui i personaggi del romanzo danno una forma differente, secondo il proprio volere. E infatti se nella prima parte il dittatore è più uomo e meno mostro, nella seconda parte di Emerald City l'attore Cavalcoli scompare, lasciando il posto a una proiezione 3D: invitando a mettere degli occhialini verdi – occhiali per la visione in 3D forniti al pubblico all'ingresso del teatro – l'immagine silenziosa di Hitler e alcune scritte proiettate alla parete spingono gli abitanti della sua città color smeraldo a seguirlo. E gli abitanti-spettatori – vinti dalla tecnologia accattivante e dalle fascinose possibilità del video – seguono, come fossero sotto incantesimo, gli ordini di Hitler in tutto e per tutto. Potrebbero riecheggiare qui le parole della famosa canzone The sound of silence di un'altra coppia, Simon & Garfunkel: “e la gente si inchinava e pregava/ al Dio neon che aveva creato. E l'insegna proiettò il suo avvertimento/ tra le parole che stava delineando. E l'insegna disse: 'le parole dei profeti/sono scritte sui muri delle metropolitane/e sui muri delle case popolari'.” Fanny & Alexander mostrano il potere dell'arte della persuasione, la pericolosità di immagini e oggetti che attraggono e mandano a casa lo spettatore solo a posteriori conscio di aver partecipato, anche solo per gioco, alla follia di Hitler. Si rabbrividisce al solo pensiero: essere omologato e seguire un dittatore nei suoi folli capricci non è né così improbabile o impensabile né poi così lontano dalla nostra quotidianità come si crede. |
|||||||||
|
Spettacoli NORTH | SOUTH | EAST | KANSAS | K.313 | AMORE (2 atti) | HIM | Dorothy. Sconcerto per Oz | Heliogabalus | Vaniada | Lucinda Museum | Aqua Marina | Ardis II | Ardis I | Requiem per spazi monumentali | Romeo e Giulietta - et ultra | Ponti in core Approfondimenti |
|||||||||
| Torna ad inizio pagina | |||||||||